Concorso

Mr. Nelson, Did You Kill People? Di Shin’ya Tsukamoto

focus top image

Nel 1966 Allen Nelson (Mark Merphy e poi Rodney Hicks) parte per il Vietnam appena diplomato, arruolato nei marines, convinto di portare un contributo da eroe a un conflitto di cui sa quello che la propaganda gli ha inculcato. Torna a casa devastato dal trauma e dagli incubi della guerra. Una domanda innocente e l’incontro con un medico (Geoffrey Rush) lo costringeranno ad affrontare il proprio passato.

Cimino, Coppola, Stone, Kubrick, De Palma, Hashby…: quante volte siamo stati portati nel cuore di tenebra del Vietnam, la metonimia, non il paese reale, la guerra che ha inghiottito più di tutte le altre l’immaginario positivo degli Stati Uniti rivelando l’orrore e lo schifo dell’interventismo e dell’imperialismo a stelle e strisce? Da Il cacciatore a Apocalypse Now, a Full Metal Jacket, a Platoon, a Vittime di guerra, solo per elencare i pilastri, il cinema hollywoodiano ha costruito e divulgato, soprattutto dopo la fine della guerra, una mappatura robusta, una fenomenologia abbastanza accurata del militare mandato tra i Cong, dal giovane pieno di speranze al graduato senza morale. Sicuramente meno noti e meno abbondanti sono i film che raccontano il controcampo del conflitto, come Canh Dong Hoang di Hong Sen Nguyen, premiato al festival di Mosca nel 1981, ma di certo non onnipresente, visibile, ingombrante nell’immaginario collettivo come i titoli statunitensi.

Leggendo che Shinya Tsukamoto ha girato un film su un veterano di quella guerra, si può pensare a una prospettiva inedita, da una focale geografica se non ideologica più vicina ai luoghi del conflitto. Quando si scopre che il protagonista è un afroamericano tornato dal Vietnam con una sindrome post-traumatica importante, e soprattutto, vedendo poi i primi minuti del film stesso, uno potrebbe anche pensare (qualcuno sperare) che la vicenda si apra a una svolta dove la sindrome porta a una psicosi che segni il protagonista nella carne, mutando il corpo, le sue percezioni e le sue azioni, come sembrano suggerire picchi sonori, cluster di luce e montaggio frenetico, tutta materia propria del regista di Tetsuo. Purtroppo no. Diventa invece progressivamente chiaro che il tema, per Tsukamoto, non è tanto lo stress da trauma in sé, quanto l’incapacità di trovare la forza per dare delle risposte: dapprima alla domanda innocente e insieme preoccupata di una bambina, durante un incontro con una classe elementare — «Ha ucciso delle persone, Mr. Nelson?», che è il titolo del film — e poi, in seconda istanza, allo psicanalista che, a ogni seduta, continua a chiedergli «Perché uccidevi?», cercando di portarlo verso quella risposta che intuisce annidarsi nelle pieghe del rimosso, e la ragione ufficiale “uccidevo perché era la guerra, era la Nazione che me lo chiedeva” lascia spazio alle frustrazioni personali.

Nulla di nuovo sul fronte indocinese, quindi, se non l’intenzione di rendere omaggio a un ex-soldato realmente esistito, Allen Nelson, particolarmente noto in Giappone per una serie di intense conferenze tenute nell’arcipelago, e al quale Tsukamoto precisa di aver cominciato a interessarsi più di dieci anni fa, lavorando a Fires on the Plain (2014), che era però dedicato all’occupazione giapponese delle Filippine durante la Seconda guerra mondiale: poco importa, il suo motivo d’interesse è il come e il perché si uccide in guerra. E lo mostra anche in questo Mr Nelson, costruendo con la consueta profusione di effetti e effettacci la crudeltà dei massacri di civili e guerriglieri. Ma quando potrebbe mettere a fuoco meglio la posizione peculiare, “intersezionale” come si direbbe se il termine non fosse diventato così rapidamente insidioso, dei soldati afroamericani oppressi in patria e oppressori in guerra nel nome di quella stessa patria, Tsukamoto sembra perdere lo spunto per strada, o perlomeno, non sembra in grado di svilupparlo con la giusta tensione: Nelson è nero, la compagna di scuola divenuta maestra che lo invita a parlare ai ragazzi è nera, in una scuola di neri, ma tutto si scala con una quasi banale naturalezza, senza che allo spettatore gravi davvero il peso di una segregazione strisciante, e l’occasione, per quanto rivendicata da Rodney Hicks, è andata.

Da parte nostra ci domanderemo se Tsukamoto realizzi questo film oggi perché risuona nella contemporaneità dei conflitti che incendiano il mondo o se questa risonanza è una casualità che si produce solo per il fatto che l’umanità non riesce a non generare guerre. Certo il pensiero, di fronte a un plotone di invasati che ammazza anziani, donne e bambini, perché “sono tutti Cong” va all’azione immorale dell’esercito “più morale” in corso da anni in un’area geografica ben più vicina a noi, e a tante altre azioni meno mediatizzate e presenti nel discorso collettivo, perché non sono bastati i libri, le conferenze, i film. Non per ora, chissà se basteranno mai.