Come si racconta il desiderio? Di amare, di vivere e di morire, di essere sé stessi o qualcun altro. E ancora di raccontare storie o di viverle in prima persona, di diventare un’altra cosa da sé. Lee Chang-dong ci ha impiegato oltre dieci anni a realizzare Possible Love dal momento in cui ha avuto l’idea del film, e nel corso del tempo dice di aver pensato molto al cinema di Kieslowski – soprattutto dopo essere stato coinvolto in un progetto ispirato al Decalogo (lo stesso del film di Asghar Farhadi Histoires parallèles, ideato dal produttore Maciej Musiał). È allora che ha trovato un legame fra il film che stava realizzando e gli episodi sul “non desiderare” (9 e 10), decidendo per questo di dedicare il film al regista polacco.
Ed è probabilmente leggerlo come un film sul desiderio la chiave migliore per accostarsi a Possible Love. Un film che il regista identifica sin dal titolo con una storia d’amore, ma che è soprattutto una storia di conflitti fra ciò che si desidera e ciò che si può ottenere.
La storia gira intorno a due coppie sposate intorno ai quarant’anni. Da un lato ci sono Mi-ok (Jeon Do-yeon) e Ho-seok (Sul Kyung-gu): lei sembra serena e ottimista, mentre il marito, che ha perso il lavoro presso una grande azienda, rabbioso e frustrato, trasmette questa energia negativa anche al figlioletto Cheol. Dall’altra ci sono Ye-ji (Cho Yeo-jeong) e Sang-woo (Zo In-sung): lei è una documentarista indipendente che ha intenzione di girare un film sul licenziamento di massa che ha coinvolto anche Ho-seok, mentre lui è un ricchissimo rampollo, proprietario di una multinazionale che ha lasciato in gestione ad altri. La frequentazione nata dalla necessità del documentario si fa sempre più stretta e fra le due donne nasce a sua volta un legame molto intenso, che culmina in una vacanza nella villa al mare di Ye-ji e Sang-woo. È proprio lì, però, che le tensioni, i non detti, le incongruenze e le contraddizioni delle loro relazioni emergono tutte insieme.
Lee Chang-dong sceglie dunque di parlare di desiderio – e di amore – attraverso il tema che forse più di ogni altro sta caratterizzando il cinema d’autore coreano di questi ultimi anni: il conflitto sociale. Molto più sottilmente di Bong Joon-ho e Park Chan-wook (che con Parasite e No Other Choice - Non c’è altra scelta vanno nella stessa direzione) e con una straordinaria capacità di calarsi nelle pieghe delle personalità dei suoi personaggi, il regista scende nelle piccole incrinature che determinano le storie e le scelte che essi compiono, mostrando come queste finiscano per influenzarne le vite.
Tutta la prima parte è dominata soprattutto dai racconti di alcuni episodi della vita di Mi-ok che, per il film di Ye-ji, rievoca un pomeriggio estivo della sua adolescenza con le amiche o il periodo in cui, insieme alle mogli degli altri operai, animava le giornate durante l’occupazione della fabbrica dove lavorava il marito, prima del violento sgombero che avrebbe anticipato la stagione dei licenziamenti. Impressioni, suggestioni, ricordi che sembrano non avere legami con la storia ma che, poco alla volta, lasciano tracce nel film, contribuendo a determinare sia il personaggio di Mi-ok sia quello di Ye-ji, ma anche a entrare nelle dinamiche delle loro famiglie.
Piano piano si costruisce dunque una rete di relazioni che riprende molte delle dinamiche classiche del mélo: lo squilibrio fra le due coppie, l’attrazione mai concretizzata fra Mi-ok e Sang-woo, ma anche il rapporto sempre più ambiguo fra le due donne, nel quale Ye-ji finisce per appropriarsi delle esperienze e dei ricordi di Mi-ok, trasformandoli in materia per il proprio film. Come se la coppia ricca tentasse progressivamente di ridurre quella meno abbiente a una sorta di condizione di dipendenza (similmente al custode della villa al mare, indolente e incapace persino di parlare).
Ecco, Lee Chang-dong tutto questo lo tiene sopito, non lo fa mai esplodere, nemmeno nel finale, quando tutto si risolve senza grossi scossoni o colpi di scena. Perché l’elemento più dirompente è in realtà la mancata realizzazione, e la conseguente frustrazione, di ogni desiderio che il film ha messo in campo. I desideri non si concretizzano, la speranza non porta a nulla di buono – come dice Ho-seok quando finalmente accetta di parlare davanti alla macchina da presa – e in qualche modo si nasce, si muore e si ama sempre nello stesso posto, nello stesso modo e fra le stesse persone. Senza catarsi, senza niente che bruci (questa volta) e senza redenzione alcuna.