Non so quanto sia giusto e non fuorviante andare a recuperare i soggetti e i materiali rimasti nel cassetto dei Grandi del Cinema. Tra il tentare di rispettarne lo spirito e l'idea e non sovrapporre invece, inevitabilmente, il proprio sguardo: come uscirne fuori bene?
Andrea Pallaoro, cineasta di Trento (classe 1982) con studi e formazione professionale prevalentemente americana, dopo Medeas (2013), Hannah (2017), Monica (2022), per la prima volta si appropria di un soggetto e un copione non scritti da lui.
The Echo Chamber, in concorso a Venezia, è infatti un progetto rimasto nel cassetto di Bernardo Bertolucci e, con il testo firmato dallo stesso autore di Ultimo tango a Parigi (e non del tutto a caso citiamo questo film cult tra i tanti suoi), da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.
Il titolo significa letteralmente “camera dell’eco” e ha molteplici significati. Può voler dire ad esempio uno spazio di comunicazione chiuso, in cui i partecipanti volontariamente comunicano e ribadiscono le proprie convinzioni già condivise e approvate, oppure anche, più semplicemente, come ricorda il protagonista Leo, produttore musicale, una stanza vuota usata un tempo per registrare degli effetti eco ad amplificare voce e suoni.
In sintesi il film è una complicata e sentimentalmente “perversa” storia d’amore tra un musicista italiano residente all'estero (Luca Marinelli), tormentato da un mal di schiena che lo costringe a stare spesso a casa e la sua fisioterapista Anne (Alicia Vikander), mentre lo stesso sta lavorando al progetto di un album che riporti in scena la leggendaria Ava May (Susan Sarandon), una regina della canzone che si è ritirata da anni dalla ribalta.Il problema fisico (che si acuirà anche con un uso smodato di medicinali e droghe) è tanto l'escamotage per creare un dramma in cui l'abitazione è componente essenziale quanto il riferimento “autobiografico” dei dolorosi travagli dell'autore Bertolucci.
Il film procede per sbalzi temporali e una tensione di messinscena formale che sembra a volte farne un racconto di presenze fantasmatiche, una eco (appunto) di sensazioni, di assenze e giochi mapolatori a due, tra desiderio e riserbi, con lui che la allontana dopo l'amore («faccio fatica a dormire con una persona vicino») e lei che si introduce di nascosto nell'appartamento, ne assapora gli odori, aggiusta gli oggetti rotti, spia il lavoro di un personaggio tormentato e angosciato: «la mia distruzione potrebbe essere esattamente quello che voglio»; mentre la più anziana cantante mostra una sua notevole, sensibile, affinità: «Hai paura dei morti? A un certo punto decidi se accoglierli».
La regia di Pallaoro privilegia la dimensione ambigua e quasi surreale. La storia va avanti e indietro lungo la catena degli avvenimenti spiazzando lo spettatore, la musica (inevitabile, con un inizio suggestivo che ricorda quasi la Sweet Jane dei Velvet/Lou Reed riarrangiando e modificando suggestivamente) si alterna a un silenzio ovattato e immagini riflesse, tra il camminare scalzi sul parquet e le docce, con i corpi deformati dalle pareti di vetro lavorato a creare illusioni e le riprese si dilungano sui dettagli per staccare bruscamente all'improvviso subito dopo.
Una operazione abbastanza ostica in definitiva a cui il cast, Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon, dona comunque tutta la sua disponibilità di divi dal talento vibratile e docile.