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Nel panorama dell’animazione contemporanea, il nuovo lavoro di casa Pixar sembra spiccare meno come evento creativo e più come sintomo. Non tanto per ciò che racconta, quanto per ciò che rivela sullo stato attuale dello studio che, per quasi due decenni, ha ridefinito le regole del cinema animato.

A lungo la Pixar è stata il laboratorio più audace dell’industria di settore. Film come Toy Story, Ratatouille o WALL·E non si limitavano a funzionare: facevano scuola. Proponevano strutture narrative insolite, protagonisti imperfetti, temi adulti mascherati da favole popolari. Erano opere che rischiavano (formalmente, emotivamente, perfino commercialmente) e proprio per questo ridefinivano il perimetro del possibile nel cinema per famiglie (e non solo).

Jumpers, invece, sembra nascere da una logica opposta. Il film è impeccabile nella confezione: ritmo calibrato, conflitto emotivo immediatamente leggibile, gag distribuite con precisione quasi matematica. Tutto scorre con una fluidità che testimonia la straordinaria professionalità dello studio. Ma proprio questa perfezione appare programmatica, come se ogni scelta fosse il risultato di una lunga negoziazione con l’idea di consenso.

Il paradosso è evidente: la Pixar che un tempo insegnava agli altri come reinventare l’animazione, oggi sembra studiare i manuali del blockbuster contemporaneo. Dove allora c’era il coraggio di spingersi verso territori imprevedibili (si pensi all’apertura quasi muta di WALL·E o alla malinconia esistenziale di Inside Out), adesso prevale un equilibrio attentissimo a non sbilanciarsi. Ogni svolta narrativa è anticipata, ogni emozione accompagnata con delicatezza verso una forma di universalità rassicurante.

Questo non significa che Jumpers sia un film fallito. Al contrario, è un prodotto estremamente efficiente, progettato per piacere a chiunque e per non respingere nessuno. Ma è proprio qui che emerge il cambiamento più significativo: la Pixar non sembra più interessata a sorprendere il pubblico, quanto piuttosto a metterlo a proprio agio. Non lavora più per creare consenso, ma per inseguirlo.

In altre parole, se la Pixar di una volta faceva scuola, quella di oggi sembra voler andare a scuola. Studia il pubblico, ne intercetta le aspettative, ne anticipa le reazioni. Il risultato è un cinema levigato, universalmente condivisibile, ma sempre meno disposto a mettere in gioco quella scintilla di rischio che, un tempo, rendeva ogni nuovo film dello studio un piccolo, ma autentico, salto nel vuoto (giusto per restare sul tema).