All’origine dell’ultimo film di Hirokazu Koreeda (di cui da poco in Italia è uscito il precedente Sheep in the Box, presentato lo scorso maggio a Cannes), c’è l’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto, già trasformato in anime due anni fa con la regia di Kiyotaka Oshiyama. La versione live action arriva dunque a chiudere un cerchio, e grazie all’intelligenza del regista giapponese anche a riaprirlo, raccontando il lavoro dei mangaka (in Giappone, gli autori di fumetti) attraverso la semplicità del disegno su carta, del gesto e dell'idea.
Protagoniste del film sono due bambine, Ayumu Fujino, che all’elementari già designa strisce per il giornalino della scuola e sogna di diventare mangaka, e la coetanea Kyōmoto, una hikikomori che vive reclusa nel suo appartamento ed è anche lei appassionata di disegno. L’incontro fra le due, favorito dal maestro di scuola che chiede alla prima di recapitare alla secondo i numeri del giornalino, fa nascere prima una rivalità (Ayumu è ossessiva, piena di idee, ma la sua passione ha bisogno d’impegno, abnegazione, tempo, mentre Kyōmoto ha un talento naturale per disegni incredibilmente maturi) e poi un’amicizia lungo gli anni delle scuole medie e poi oltre, grazie soprattutto ad Ayumu, che con il suo carattere estroverso e la sua determinazione aiuta Kyōmoto ad aprirsi al mondo e la costringe a creare un duo artistico poco alla volta riconosciuto e apprezzato.
Koreeda racconta questa parabola dolce e in realtà tristissima con il suo consueto stile piano, calmo come il passaggio delle stagioni, aperto nella disponibilità verso lo spettatore – musiche dolci, paesaggi incantati, primi piani intensissimi, il tutto favorito dall'uso del 35mm e dalla pastosità dei colori – e chiuso come sempre nello spazio dell’inquadratura cinematografica. In questo caso, però, la forma a cui i suoi piani fissi rimandano è inevitabilmente quella del fumetto, e in particolare della vignetta, che nei manga si chiama koma e non sempre ha una forma stabilita, ma ha comunque il compito di dettare lo spazio e il tempo del racconto.
Da questa semplicità originaria, Koreeda costruisce il racconto di formazione professionale e artistica delle protagoniste di Look Back passando dalla solitudine della cameretta in cui disegnano ossessivamente alla condivisione di idee e soluzioni; dalla conquista del riconoscimento al piacere di spendere i soldi guadagnati (e la sequenza di Ayumu e Kyōmoto in città a divertirsi, con la prima travolgente e la seconda sempre reticente, è splendida); e poi dalla separazione per motivi artistici a un evento tragico, che, in realtà, non spezza la relazione ma la porta anzi nel regno dell'immaginazione…
La trasposizione è fedele alla lettera al testo originario e ciò che vi aggiunge, in realtà, è la cosa più specefica di tutte in un film: la durata, ovvero il modo tutto cinematografico di restituire coi corpi, i colori, gli spazi, il tempo atmosferico, i silenzi, le posture, gli sguardi (in una parola: la vita) lo spazio bianco tra le vignette, il koma-kan, e dare così un altro movimento (non movimento in sé) al disegno sulla pagina.
Koreeda si concede completamente al lavoro delle mangaka, filma la tecnica prima manuale e poi digitale, mostra discussioni su idee e varianti narrative, rivela l’aspetto tanto artigianale e commerciale quanto artistico. In questo modo, il suo film diventa anche la splendida rappresentazione di un universo che racchiude parecchio della fascinazione che il mondo giapponese ancora esercita sugli occidentali, in particolare sui più giovani.
Soprattutto, però, Look Back è la storia di una relazione fragile eppure inossidabile, straziante nella sua bellezza un po' ingenua, come del resto il cinema di Koreeda quando, come in questo caso, è al suo meglio. Un cinema così esemplare da cullare lo spettatore e da ricordargli - quasi questo piccolo film fosse una versione soave di Monster, con due protagoniste complementari ai bambini violati di quella storia - che osservare qualcuno di spalle può significare volerlo proteggere, e non desiderare o aggredire, e che voltarsi indietro a guardare chi ci osserva può essere rassicurante, dolce, commovente, e non spaventoso.