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Serpenti di Roberto De Paolis Maino

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Per dire di Serpenti, il film di Roberto De Paolis Maino scritto con i fratelli D’Innocenzo a partire da un loro soggetto, forse non è soltanto a Kafka che bisogna guardare. Il riferimento, per quanto pertinente e un po’ ovvio, è anche depistante, perché nel film c’è qualcosa d’altro e di diverso. C’è la commedia, c’è la satira sociale, c’è un luogo sospeso nel tempo che, però, coincide con l’Italia di oggi, di ieri e dell’altro ieri: quella evocata dalla citazione di Flaiano nei titoli di testa – «La situazione politica italiana è grave… ma non è seria» – capace di adattarsi a ogni stagione della nostra storia.

C’è poi una dinamica tra i personaggi che rimanda al teatro, a quei dialoghi sul filo del paradosso nei quali non accade nulla – e qui si potrebbero scomodare altri grandi del Novecento – così difficili da trasportare sullo schermo. E c’è il femminicidio, punto di partenza della vicenda e tema tristemente attuale che tuttavia rimane sempre sullo sfondo. Paolo Marra (Leonardo Lidi), infatti, nonostante ammetta di aver ucciso la moglie (atto osceno che, appunto, resta fuori scena), non trova alcun riscontro né al proprio gesto né alla confessione della propria colpa.

L’uomo è ingabbiato in una sorta di macchina celibe. Arrivato in commissariato, incontra prima l’ispettore di polizia (Alessandro Borghi), poi l’avvocato (Pietro Castellitto) e infine una donna che gli legge le carte (Valeria Golino). Tre dialoghi che non conducono da nessuna parte, perché il desiderio di dire la verità si scontra con l’ottusità surreale della burocrazia e con il cinismo di chi sa capovolgere i fatti o interpretarli in modo paradossale. Ne scaturiscono domande e considerazioni sempre spiazzanti, assurde, che prendono le mosse dalla realtà per poi scartarla e mostrarla sotto una luce sinistra e grottesca.

Serpenti è un film intelligente, pungente, inaspettato. Inaspettato per De Paolis, che si allontana dallo sguardo diretto e partecipe di Cuori puri e di Princess. Sposando l’inclinazione dei D’Innocenzo, il regista trova infatti una cifra più stilizzata e tecnicamente più esibita, efficace però nel rendere concreta questa strana e, per certi versi, indefinibile parabola dell’uno contro tutti o del colpevole che finisce per diventare vittima.

Inaspettato, infine, per il piacere di vedere gli attori al lavoro, ciascuno a suo modo e tutti con grande precisione e originalità, capaci di prendere la scrittura e trasformarla in azione e invenzione, gesto e reazione, dettaglio e caratterizzazione. Non capita spesso.