È già da qualche anno che diciamo che Robert Guédiguian ha iniziato a fare bilanci esistenziali. Di come ogni suo nuovo film sia una piccola testimonianza del suo lascito come artista, come uomo e come intellettuale che usa l’arte per filtrare il proprio impegno politico. E anche Une femme aujourd’hui è, in fondo, un piccolo tassello di questa eredità. Eppure c’è bilancio e bilancio e ci sono modi differenti, seppur in qualche modo tutti dalla medesima prospettiva, di guardare al futuro e di fare i conti con ciò che si lascia alle proprie spalle. E in questo ultimo film il regista francese torna a guardare il presente attraverso quella tensione tra disillusione e speranza che attraversa da sempre il suo cinema, ma lo fa questa volta con uno sguardo più complesso e stratificato, mettendo in campo i temi a lui più cari e facendoli dialogare tra loro in modo inedito.
Al centro di tutto c’è Marsiglia, ovviamente, e c’è una giovane donna – Juliette (Marilou Aussilloux) – di origini popolari ma che, a differenza dei fratelli e dei genitori (Ariane Ascaride e Gérard Meylan), ha studiato, si è formata all’estero e ora lavora in un’azienda di servizi finanziari dove guadagna molto. Una distanza sociale che la rende estranea alla propria famiglia, ma che tuttavia non la fa sentire parte nemmeno del mondo che si è scelta, fatto di rapporti fugaci e relazioni effimere. In seguito a un evento profondamente traumatico e alla scoperta di alcuni segreti familiari – tra cui le origini arabo-algerine della madre, di ascendenza pied-noir – la costringeranno a rimettere in discussione le certezze su cui ha costruito la propria identità.
Le scelte individuali che riverberano su quelle collettive, la colpa coloniale, la voglia di battersi contro le ingiustizie e di stare dalla parte dei più deboli, il bisogno di comunità e di prendersi cura degli altri: sono tutti temi che il cinema di Guédiguian, usando Marsiglia come metafora del mondo, affronta da sempre. In Une femme aujourd’hui, tuttavia, emergono alcune importanti dissonanze. A cominciare dall’indissolubile trio di attori che da sempre identifica il cinema del regista marsigliese – i già citati Gérard Meylan, Ariane Ascaride e Jean-Pierre Darroussin, qui nei panni del vicino impiccione e paterno di Juliette – che per una volta non interpreta i personaggi di sempre, testardamente schierati contro le ingiustizie e fieramente consapevoli della propria estrazione popolare, marsigliesi per antonomasia, spiriti e corpi della città focese. No, qui tutti e tre, a loro modo, mostrano sgradevolezze, piccoli e grandi egoismi, insospettabili intolleranze, personalità ostili o semplicemente fuori sintonia con il mondo di oggi. Un mondo che Guédiguian ha accettato da tempo di non comprendere – come ha già mostrato in La casa sul mare, Gloria Mundi e E la festa continua! – ma che qui sembra finalmente disposto a guardare anche attraverso le proprie responsabilità: quelle di una generazione che, forse per la prima volta, il regista mette apertamente in discussione.
Ed è anche attraverso questa storia familiare che Guédiguian riflette sulla storia della Francia e su quanto il suo peso sia ancora presente nelle giovani generazioni – donne e uomini di oggi, come recita più o meno anche il titolo – alle prese con una società meschina e intollerante, capace persino di dare fuoco a un centro di accoglienza per ragazze madri perché giudicato poco consono al quartiere che lo ospita. Una società che è anche il prodotto di una storia irrisolta, di una riconciliazione mai avvenuta e di colpe ricevute in eredità. Non è un caso, allora, che Une femme aujourd’hui sia anche un film sull’Algeria in cui, paradossalmente, non ci sono algerini, ma soltanto francesi alle prese con una colpa coloniale mai davvero affrontata e che, come il personaggio di Darroussin, finiscono per filtrare il bene e il male solo attraverso la discriminazione e il colore della pelle.
Ma non è tutto qui. Perché Guédiguian, nonostante tutto, vuole dirci che perdere fiducia nella propria generazione non significa necessariamente perdere la speranza. E che un sincero umanista come lui, nelle persone, continua a crederci testardamente. Non potrebbe essere altrimenti, allora, che la speranza passi attraverso i giovani, attraverso Juliette, che per la prima volta riesce a guardare il mondo con i propri occhi e a capire che coraggio e paura sono facce della stessa medaglia, che i gesti contano più delle intenzioni e che il mondo, tutto sommato, si possa ancora guarire anche solo con le proprie mani. Perché no?