Ieri si sono concluse le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Abbiamo visto molti bei saggi di bravura, il nostro medagliere è stato più che soddisfacente e le due mascotte, gli ermellini Tina e Milo, si sono rivelate molto simpatiche e azzeccate. Per chiudere a nostra volta in bellezza, riproponiamo dal nostro archivio le recensioni (Ermanno Comuzio su Colpo secco, «Cineforum» n. 169, novembre 1977, e Roberto Lasagna su Tonya, «Cineforum» n. 574, maggio 2018) di film che trattano a loro modo due dei più celebri sport invernali: l’hockey su ghiaccio (che riesce a trasformare popoli solitamente noti per il loro aplomb, come i canadesi e gli svizzeri, in furie scatenate quando si trovano allo stadio) e il pattinaggio di figura (su un episodio di cronaca che a suo tempo fece molta impressione). Curiosi mix, per citare Alessandro Baricco, di velocità, leggerezza, violenza.
Il “colpo secco” sarebbe il tiro più violento (“slap shot” in inglese) dell'hockey su ghiaccio, uno sport che da noi non attira folle come il calcio ma che, sembra, in America è più seguito. Ora il regista George Roy Hill, sulla scorta di una sceneggiatura di Nancy Dowd, racconta la storia di una squadra di hockey piuttosto scassata – la “Charlestown Chiefs” – sul punto di essere sciolta perché l'industria che la finanzia non ha più soldi. Allora il suo capitano-allenatore, che è Paul Newman, non rassegnandosi a questo fatto, fa carte false pur di far vincere la sua squadra e rilanciarla in modo da tenerla in vita e trovare altri facoltosi sostenitori.
Per far questo, introduce negli incontri uno stile “buono tutto”, cioè induce i suoi giocatori a non rispettare più alcuna regola, a fare sgambetti e scherzi cattivi, a menar colpi secchi sulle teste, sulle gambe e in altri luoghi delicati anziché sul disco che scivola sul ghiaccio, insomma ad imporre un gioco duro e scorretto pur di mettere nel sacco gli avversari. Con l'aiuto anche di un terzetto di grossi idioti specialisti nell'andar giù pesante. Il bello è che il pubblico ci sta e gli arbitri, forse per assecondare il gusto dei cosiddetti “sportivi” (e vediamo che si tratta di malati di violenza, il cui gusto sadomasochista ha certo il sopravvento sul piacere del tifo sportivo), decretano il successo dei “Chiefs”, i quali attraverso un vero e proprio gioco di massacro conquistano il campionato.

Cos'è dunque Colpo secco? Un film sull'ambiente sportivo, un film sulla degenerazione di certo pubblico, un film sulle manifestazioni sportive come spettacoli degradanti, un film sul fallimento e sulla frustrazione, ribaltati nella violenza, insomma un film-denuncia? O addirittura una metafora (ma com'è usata, la metafora!) sulla concorrenza spietata nella società americana, sulla competizione come misura di vita, sulla lotta per la supremazia, sugli aspetti allucinanti della scalata al successo, insomma sullo sport come specchio dell’“american way of life”?
Nutro fieri dubbi in proposito. Lo stesso regista (che dopo Mattatoio 5 ha infilato la strada del divertimento ribaldo e della scanzonata “chanson de geste”: La stangata, Il temerario) ha ammesso il rifarsi del racconto alle tecniche del fumetto o del disegno animato (qualcuno ha visto in Colpo secco precisi richiami a Lil' Abner): e in effetti è difficile non pensare a questi moduli rappresentativi quando vediamo un vasto stadio popolato di persone che si pestano sistematicamente e meccanicamente, uno che sta sopra e mena colpi in testa a quello che sta sotto con la regolarità e il distacco di un pendolo in azione, salvo guardare da un'altra parte, attratto da un evento estraneo. Mancano gli “smack”, i “bang”, gli “scratch” e gli “slam”, ma per il resto siamo lì.
D'altra parte non mancano accenni di ironia nei confronti di questi gladiatori idioti o furbastri, che ingannano consapevolmente i colleghi (come fa Paul Newman), prendono per il bavero i giudici di gara (ma è un po' dura da mandar giù, l'acquiescienza di costoro alla “lotta libera con armi improprie” durante gli incontri di hockey), considerano burattini da menar per il naso gli spettatori. I quali non sono risparmiati, dal canto loro: questa gente (magari con qualche svastica tatuata sul braccio) che urla eccitata e invita i giocatori ad ammazzare l'avversario è una pesante caricatura del pubblico sportivo. O è un ritratto del pubblico americano tipo? Poi ci sono i fallimenti dei giocatori sul piano sentimentale, e il contrasto tra i falchi e le colombe, rappresentate queste ultime dal giocatore nonviolento, per ciò stesso reputato effeminato dai suoi compagni (ed eccoti anche un tocco di omosessualità nei rapporti fra i giocatori), che nel finale per riconquistare la moglie compie in pista un elaborato e grottesco spogliarello.
Ma delle due l'una: o c'è la condanna del massacro, dello sport come inganno, della violenza come misura americana, o c'è l'adozione del gusto tutto ludico del fumetto, dove l'iperbole, la deformazione comica, la folle inventiva sono di casa. Appunto: la patente di nobiltà della “denuncia” lasciamola a chi vuole a ogni costo trovare la morale in fondo alla storia (o meglio a chi crede nelle intenzioni e nelle dichiarazioni a priori). Colpo secco è una grossa farsa, e neanche troppo malandrina perché mira al botteghino, a soddisfare quel pubblico che, in fondo, è parente stretto di quello che ghigna tutto contento negli stadi (americani e nostrani) quando può assistere a pugilati fuori programma e alla rottura gratis di qualche testa.

È stato accolto come una ventata di freschezza nel genere paludato del biopic, si è fatto strada come una riflessione inaspettata sul linciaggio mediatico subito da Tonya Harding, la pattinatrice che nessuno avrebbe mai voluto vedere su un podio olimpico. Tonya è però soprattutto un racconto sulla ricerca della verità dietro le maschere, perché, mentre si ricorda la vicenda squallida dell’aggressione alla campionessa di pattinaggio artistico su ghiaccio Nancy Kerrigan, lanciata verso le olimpiadi di Lillehammer, poco si sapeva delle verità di Tonya Harding, che il film di Craig Gillespie ci descrive con enfasi e giocando in contropiede rispetto alle aspettative del pubblico, ripercorrendo la sua ascesa e la sua caduta, dai quattro ai quarantaquattro anni. Tra i tratti più interessanti del film c’è il voler scavare con la macchina da presa nella vita di una ragazza che non è la principessa di una favola per bambini, ma una che sin da piccola ci appare schiava delle sue passioni e che deve ottenere i risultati schivando (ma non sempre) le botte di chi le sta attorno e lottando con una madre-sergente che ha fatto di lei una campionessa in miniatura, che non le permette di lasciare la pista nemmeno per andare in bagno.
Fuor di metafora, il film mostra, esibisce esagitazione, espone i corpi e le botte che Tonya riceve dal compagno pretendente che lei si affretta incautamente a sposare; è ironico quando ci presenta nei loro corpi più maturi due improbabili quindicenni; è scaltro quando piroetta con piani sequenza e frettolosi salti temporali nelle dinamiche del biopic e ne marca inevitabilmente i limiti; è urtante quando mostra una madre sociopatica che non accetta il fallimento della figlia. Stilisticamente poco raffinato, il film va alla ricerca un po’ pretestuosa del distacco documentaristico (in realtà con un effetto falsamente antiretorico), a mo’ di cornice del flusso narrativo principale; un effetto ottenuto con il ricorso alle interviste ai protagonisti, che ha il sapore del metacinema stantio, cui non restituisce maggiore pregnanza la dimensione da mockumentary sperimentata con maggiore originalità in altri film. Più efficacia e coinvolgimento si ritrovano invece nel flusso principale del racconto, con una macchina da presa che sovente si pone come un investigatore alla ricerca della verità, ma che diventa al contempo un inquisitore intrepido: la sensazione di un film che non lascia respirare è allora tutta qui, nei carrelli che non abbandonano mai Tonya e la inseguono sulle piste nelle sue evoluzioni che ne hanno fatto una pattinatrice indimenticabile, la seconda donna a eseguire un triplo axel in competizione ufficiale, una specialità che ha obbligato il regista Gillespie a ricorrere agli effetti speciali non potendo trovare una controfigura per la parte.
Margot Robbie, che interpreta Tonya, ha sembianze angeliche e offre un’interpretazione intensa: s’imbruttisce per non essere solo la bionda glamour di The Wolf Of Wall Street; con il suo sorriso non riverente è una Tonya che sceglie musiche non ortodosse detestate dalle giurie e indossa abiti dozzinali che si cuce da sé, ma i pattini nutrono la sua anima e attorno a lei, alla sua veemenza fisica, si stagliano figure che sono come maschere (la madre LaVona, una bravissima Allison Janney, il marito Jeff e il suo sodale Shawn, personaggi da commedia che al suo confronto sembrano vite senz’anima), pronti per essere riscaldati da un cinema in cui si gioca lo scontro tra verità e apparenza. Il cartello che apre il film segnala che è stato «tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gillooly», a certificare la patente di verosimiglianza di un film in cui ironia e verità cercano di fondersi senza troppa abilità lungo tutto il racconto mentre è vistosa una certa indeterminatezza espressiva, sebbene la scelta più inaspettata sia di non costruire il film attorno al ripugnante attacco alla rivale Nancy, colpita a un ginocchio durante la pausa di un allenamento da uno scagnozzo esagitato ingaggiato maldestramente dal marito di Tonya.

Nel tratteggio di questi due uomini, si dipinge un’idea della stupidità umana, tra farsa e dramma, trattandosi di individui possessivi e prepotenti, che causano danni ai lori simili per pura incoscienza e senza realizzare alcun vantaggio ma anzi subendo e causando perdite enormi. È questo un punto interessante del copione di Steven Rogers, che giustifica in parte e rende particolarmente umano il temperamento focoso e psicolabile della giovane protagonista, al cui confronto gli altri sono pallide ombre. Il film è così un trascinante ma stilisticamente imperfetto adattamento dello script di Rogers che è tutto dedicato a lei, Tonya, al progressivo emergere delle sue verità, alle sue scelte sbagliate che ne fanno un’eroina controversa. A un certo punto il racconto in prima persona di Tonya diventa allora anche più credibile, perché la sua voce accorre per raccontarsi, non unicamente per accusare chi l’ha tiranneggiata o ha cercato di manipolarla (tra cui la madre, fino alla fine), ma per indicare nello spettatore superficiale il colpevole che manda giudizi senza sapere, condannando senza appello una ventitreenne alla gogna.
È nella sua parte conclusiva che si rende manifesta la volontà di fare dell’immagine di Tonya un simbolo, solo apparentemente capovolto, dell’America, della sua sete di successo e conformismo, di eroi ma anche di colpevoli, raccontando di una donna differente e a suo modo consapevole di essere diversa (davanti al giudice che la condanna all’oblio, piange e rende manifesta l’ingiustizia “ontologica” della sua condizione), nel ritratto di un outsider problematico. Una donna a cui è stata sbattuta ancora una volta la porta in faccia, così come Jeff la picchiava e così come la picchiava sua madre. Botte a cui Tonya si è abituata e che non la allontanano dalla sua sfida ma la portano a essere dura, a combattere. E non a caso la seconda carriera della Harding troverà sul ring del pugilato il terreno di una rinascita o di una definitiva caduta. In questo abisso bruciante e ambivalente, risiede il cuore del film di Gillespie, che ci porta tra le onde emotive e i sogni di una donna che dava fastidio per la sua sola esistenza e che negli anni 90 non rappresenta i canoni dell’ufficialità richiesti dalle istituzioni.

Un membro del comitato olimpico che deve decidere se la ragazza poco più che ventenne potrà partecipare ai giochi olimpici si lascia scappare: «Non ammetterò mai di averlo detto, ma noi per rappresentarci alle Olimpiadi vogliamo qualcuno che possa essere anche di esempio, qualcuno che porti i valori di una normale famiglia americana». Mentre la ragazza, che supplicherà l’uomo, dirà: «Non potreste giudicarmi solo per i miei salti?». E così il film, mentre ci racconta l’ennesima vicenda di ingiustizia e dannazione, cercando le origini della crudeltà negli atteggiamenti di Tonya che da piccola – con una madre alcolista sociopatica e un padre con cui si divertiva a scuoiare coniglietti – sperimentava il ghigno più che la risata, ci rammenta che la crudeltà è anche nelle aspettative collettive, in grado di decretare chi può partecipare e chi deve essere escluso. Le battaglie da combattere nascondono allora aspetti più nascosti che covano tra le regole fuori dal ring.
Bravura e sacrificio non bastano, anche in campi come lo sport: negli anni dell’amministrazione Reagan, Tonya aveva grinta, coraggio e talento, ma il suo comportamento sprezzante con i giudici dissonava con la grazia celestiale paventata dalle rivali più blasonate, che obbedivano a un’immagine tradizionalmente elegante e femminile, ma più convenzionale e meno libera, quella richiesta dai giudici delle associazioni americane del pattinaggio artistico per promuovere le loro atlete alle Olimpiadi. In originale il titolo è I, Tonya. Una dichiarazione di esistenza.
